FLI Basilicata

IL BILINGUISMO E IL RUOLO DEL LOGOPEDISTA

A cura di Viviana Gariuolo – Logopedista

Nelle scuole italiane sono sempre più numerosi i bambini che imparano l’italiano come seconda lingua (L2), in quanto nel contesto famigliare la loro lingua d’origine (L1) è diversa dall’italiano. Per questo le classi nascondono tesori linguistici importanti che sono la storia dell’umanità intera: non quella distante che si studia sui libri, ma quella che si comunica viso a viso, mano nella mano con il compagno di classe.

Si può definire BILINGUE colui che è esposto a due lingue in una percentuale variabile tra il 35% e il 65% del tempo, mentre viene considerato alla stregua dei monolingui colui che è esposto a una lingua per una percentuale superiore all’80%. Per quanto riguarda l’età di acquisizione delle lingue, è possibile distinguere tra un bilinguismo simultaneo, uno sequenziale precoce e uno tardivo:

  • Il bilinguismo simultaneo si ha quando il bambino è esposto a due lingue sin dalla nascita e inizia a impararle nel corso del primo anno di vita. L’esposizione è adeguata quando i genitori del bilingue utilizzano le due lingue in modo costante seguendo la regola “un genitore – una lingua”. Questo tipo di esposizione permetterà al bambino di sviluppare contemporaneamente le due lingue in modo naturale e senza sforzi;
  • Il bilinguismo sequenziale precoce si ha quando il bambino inizia ad apprendere una seconda lingua solo dopo aver raggiunto buone competenze nella lingua madre, quindi dopo il secondo anno di vita. In questo caso l’esposizione è adeguata se L2 viene utilizzata in adeguati contesti comunicativi e se il bambino vi sarà esposto per una percentuale significativa del suo tempo;
  • Il bilinguismo tardivo si ha con un’esposizione a L2 dopo il decimo anno di vita;

Nel caso in cui il bambino sia esposto a una lingua in modo saltuario e in ambito scolastico, si parla di lingua straniera e non di seconda lingua.

IL VANTAGGIO BILINGUE

Una delle domande più frequenti che sorgono quando si parla di bilinguismo è se questo costituisca un “sovraccarico cognitivo” o un fattore di rischio per l’apprendimento linguistico. In altre parole, se un bambino parla un’altra lingua a casa, questo può creargli problemi o rallentamenti nell’imparare l’italiano? Sulla base degli studi condotti su questo tema, possiamo dire, con un buon grado di certezza, che la risposta è negativa, ovvero che il bilinguismo non costituisce un fattore di rischio per lo sviluppo linguistico. Anzi, oltre alla ricchezza comunicativa, molti studi scientifici hanno dimostrato i numerosi benefici neuropsicologici che derivano dalla conoscenza di due o più lingue. Questo perché il processo necessario di code-switching (cioè il passaggio da una lingua all’altra) potenzia le funzioni esecutive. Nello specifico, le ricerche hanno individuato nei bilingui:

  • Maggiore flessibilità cognitiva e migliore capacità di inibire riposte inappropriate;
  • Migliori capacità della memoria a breve termine e della memoria di lavoro fonologica;
  • Maggiore capacità di mantenere elevati i livelli di attenzione uditiva e una migliore decodifica acustica dei segnali percepiti;
  • Un effetto protettivo nei confronti dell’insorgenza della demenza senile con ritardo di 4-5 anni di esordio.

GLI SVANTAGGI (APPARENTI) DEL BILINGUISMO

È frequente infatti che i bambini bilingui che apprendono l’italiano come L2 abbiano spesso delle competenze che appaiono inferiori a quelle dei monolingui, ma solo apparentemente!

Nello specifico, i bambini bilingui hanno generalmente un vocabolario in X lingua e un vocabolario in Y lingua meno ampio dei monolingui poiché è ridotta la quantità di esposizione a ciascuna lingua. I bilingui conoscono le parole in due lingue diverse e non per tutte conoscono l’“equivalente linguistico”, ovvero il termine nell’altra lingua. Per esempio, potrei sapere il nome di alcuni cibi solo nella mia lingua d’origine perché li ho imparati a casa e invece il nome di alcuni colori solo nella mia seconda lingua perché li ho appresi a scuola. Ma, pur avendo meno parole disponibili in tutte e due le lingue, il bilingue ha nella mente un numero di concetti paragonabile a quello del compagno monolingue. Ecco perché lo svantaggio è solo apparente!

Si osserva, di contro, nel bilingue simultaneo, uno sviluppo più rapido della morfo-sintassi rispetto al lessico (con raggiungimento di risultati sovrapponibili ai monolingui dopo tre anni di esposizione), seppur con tratti specifici dello sviluppo bilingue: ad esempio, i bilingui compiono alcuni errori con i morfemi liberi (articoli, ausiliari) e utilizzano maggiormente i complementi lessicali (soggetto/oggetto) al posto dei clitici.

Per tali motivi, le storie raccontate nella lingua più debole risultano essere lessicalmente più povere e morfo-sintatticamente più semplici rispetto a quelle dei monolingui, ma hanno una macrostruttura (ovvero la struttura interna e coerente della storia) del tutto sovrapponibile a quella dei monolingui!

Per quanto riguarda l’alfabetizzazione, inoltre, i bilingui mostrano capacità di decodifica paragonabili a quelle dei monolingui. Lievi differenze si possono trovare nell’accuratezza nella lettura di parole a bassa frequenza d’uso e nella velocità di lettura di parole. Tali difficoltà sono da imputarsi al lessico limitato. La capacità di comprensione del testo scritto, però, come quella del testo orale, è difficoltosa a causa della fragilità delle conoscenze lessicali e morfosintattiche, delle capacità inferenziali e dell’abilità di integrare le informazioni del testo con le conoscenze sul mondo.

COME MIGLIORARE LA L2

Per migliorare la L2 nel bambino bilingue, l’indicazione più valida è avere più occasioni di parlare quella lingua con amici e adulti. Al tempo stesso però sappiamo che se i bambini hanno buone competenze nella loro L1 possono poi trasferirle all’italiano. Per questi motivi è importante che nella loro famiglia si parli la lingua nella quale i genitori si sentono più competenti. Fin dall’età prescolare, poi, bisogna promuovere interventi per potenziare il vocabolario, la capacità inferenziale, le conoscenze sul mondo e l’abilità di comprensione del testo (prima orale e poi scritto). Ciò può essere realizzato, ad esempio, con la lettura congiunta di libri, e questo vale sia per i monolingui che per i bilingui.

DISTURBO DI LINGUAGGIO NEL BILINGUE E IL RUOLO DEL LOGOPEDISTA

Il Disturbo Primario del Linguaggio (DPL) interessa il 7% della popolazione prescolare a 5 anni per ridursi sensibilmente (circa la metà) dopo appena un anno. Le percentuali sono simili anche in bambini bilingui.

È chiaro, ormai, che i bambini bilingui con sviluppo tipico possono presentare un ridotto patrimonio lessicale, difficoltà di natura morfo-sintattica e nella narrazione e nella comprensione di storie. Dal momento che simili difficoltà sono riscontrabili in monolingui con DPL, i bilingui a normale sviluppo potrebbero ricevere un’errata diagnosi di DPL. In generale, i bambini bilingui con DPL apprendono le lingue a cui sono esposti più lentamente dei bambini bilingui a sviluppo tipico e sembrano avere difficoltà in entrambe le lingue (disturbo parallelo).

Ecco perché è importante che la famiglia, in caso di dubbi, chieda aiuto ad un Logopedista. Egli ha l’arduo compito di identificare l’acquisizione del linguaggio peculiare del bilingue, le fragilità interpretabili come scarsa esposizione all’italiano e l’eventuale disturbo di linguaggio.

Il logopedista raccoglierà informazioni sulle lingue parlate dal bambino e dalla famiglia, su quantità, qualità e contesti di esposizione, anche aiutato da un mediatore culturale o da parenti che possano fungere da traduttori. È importante capire anche quale sia la lingua dominante (L1 o L2) per stabilire in quale lingua la valutazione clinica sia più affidabile. Successivamente valuterà tutte le lingue conosciute dal bambino o quantomeno la sua lingua dominante. Se ciò non sarà possibile, valuterà la lingua in cui è scolarizzato. L’attendibilità delle valutazioni in lingua italiana con test standardizzati sulla popolazione italiana in bambini immigrati sembra essere adeguata solo nel caso in cui i bambini frequentino la scuola italiana da almeno quattro anni, per cui spesso vengono utilizzate altre misure, come ad esempio la ripetizione di non-parole che sembra essere deficitaria nei bambini con DPL, sia bilingui che monolingui, e che sembra essere discriminante nei bilingui sequenziali precoci prescolari che abbiano ricevuto un minimo di 12 mesi di esposizione all’italiano tramite frequenza scolastica regolare.

In caso di confermato DPL nel bambino bilingue, gli studi affermano che la situazione ideale sarebbe poter offrire al bambino un trattamento specifico in tutte le lingue da lui conosciute. Purtroppo, non è sempre praticamente fattibile, quindi è bene che i genitori ricevano indicazioni su come contribuire allo sviluppo di L1 a casa. Spesso l’intervento anche in una sola lingua, se ben strutturato e organizzato, porterà a miglioramenti che verranno generalizzati, poi, a entrambi i sistemi linguistici, grazie alla capacità di transfer cross-linguistico.


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